Per molti anni, a partire dai primi anni Sessanta, ho partecipato a manifestazioni e scioperi. Ho vissuto le piazze, i picchetti, le iniziative di fabbrica e di categoria, le grandi mobilitazioni confederali. Sono stato in piazze nazionali, a Roma e a Reggio Calabria, in momenti nei quali la tensione sociale era alta e le provocazioni potevano diventare particolarmente pericolose.Erano stagioni di conflitto, talvolta aspro, nel quale si confrontavano interessi, idee e visioni diverse del Paese. Eppure, nonostante le difficoltà, quelle manifestazioni non hanno mai oltrepassato il confine della violenza. Non perché mancassero le ragioni della protesta o le tensioni, ma perché esistevano organizzazioni capaci di assumersi una responsabilità collettiva.
La presenza dei lavoratori, dei dirigenti sindacali e delle organizzazioni confederali contribuiva a mantenere il controllo delle piazze. Anche a Reggio Calabria, dove le provocazioni erano particolarmente forti e rischiose, la capacità di organizzare e guidare la partecipazione rappresentò un elemento decisivo per impedire che il conflitto degenerasse.
In quegli anni esisteva anche un rapporto costante con le forze dell’ordine e con gli apparati preposti alla sicurezza. Un rapporto fondato sulla conoscenza reciproca, sulla responsabilità e sulla consapevolezza che manifestare fosse un diritto da tutelare, mentre garantire l’ordine pubblico fosse un dovere da esercitare senza trasformare il dissenso in un problema di ordine politico.
Oggi lo scenario appare profondamente cambiato.
La presenza dei lavoratori nelle piazze è spesso meno consistente, mentre gruppi ristretti di violenti riescono talvolta a condizionare il corso delle manifestazioni. Giovani che scendono in strada per esprimere un disagio reale o per sostenere una causa finiscono così per essere trascinati in episodi di devastazione, con vetrine distrutte, spazi pubblici danneggiati e quartieri trasformati in luoghi di paura.
La violenza non è soltanto un danno materiale. È anche una forma di intimidazione collettiva, un messaggio che allontana i cittadini dalle piazze e finisce per consegnare la rappresentanza del dissenso a chi dispone della maggiore capacità di provocazione e distruzione.
È proprio qui che si misura la qualità di una democrazia. Perché la violenza di pochi non può diventare una condanna per tutti, né può essere utilizzata per mettere in discussione il diritto costituzionale di manifestare pacificamente.
Il rischio è evidente: una protesta legittima viene accompagnata o seguita da episodi di violenza e il Governo utilizza questi episodi per introdurre misure che possono restringere gli spazi della partecipazione democratica. Si finisce così per confondere due questioni profondamente diverse: la necessità di contrastare chi commette reati e quella, altrettanto essenziale, di garantire ai cittadini la possibilità di esprimere liberamente il proprio dissenso.
Una democrazia matura deve saper fare entrambe le cose.
Il principio secondo cui chi rompe paga è ragionevole e condivisibile: chi danneggia beni pubblici o privati deve rispondere delle proprie azioni, secondo le regole e le garanzie dello Stato di diritto. Ma non possiamo fermarci qui. La repressione dei comportamenti violenti è necessaria; da sola, tuttavia, non risolve le condizioni sociali che alimentano il disagio e rendono alcuni giovani vulnerabili alla radicalizzazione, alla provocazione e alla ricerca della violenza come forma di identità.
Se vogliamo davvero affrontare il problema, dobbiamo avere il coraggio di guardare oltre l’emergenza.
Occorre investire nella formazione, rafforzare la presenza educativa nei territori, creare più occasioni di lavoro dignitoso e ricostruire un sistema di protezione sociale capace di non lasciare sole le persone. Occorre uno Stato sociale più presente, soprattutto nei contesti nei quali precarietà, esclusione e mancanza di prospettive rischiano di trasformarsi in rabbia.
Non si tratta di giustificare chi distrugge. Si tratta di impedire che la distruzione diventi, per alcuni, l’unico linguaggio attraverso cui rendersi visibili.
Per usare un’immagine semplice, non basta togliere l’acqua maleodorante nella quale possono nuotare le forze eversive: bisogna anche intervenire sulle cause che rendono quell’ambiente possibile. Altrimenti si continuerà a inseguire le conseguenze senza affrontare le origini del problema.
C’è poi una questione sulla quale ritengo necessario aprire una riflessione seria: il ruolo degli apparati di sicurezza e, in particolare, dei servizi di informazione.
Di fronte a fenomeni di violenza organizzata, a possibili infiltrazioni eversive e a un clima politico sempre più teso, è legittimo chiedersi quale sia l’efficacia dell’attività di prevenzione. Gli apparati preposti alla sicurezza riescono a individuare tempestivamente i rischi? Sono in grado di distinguere il dissenso democratico dalle attività dirette a destabilizzare le istituzioni? Le informazioni raccolte si traducono in una prevenzione efficace? E, soprattutto, esistono meccanismi adeguati di controllo e responsabilità?
Sono domande che non dovrebbero appartenere soltanto alla polemica politica. In uno Stato democratico, la sicurezza nazionale è una funzione essenziale e deve essere accompagnata da trasparenza istituzionale, controlli rigorosi e risultati verificabili, nel rispetto della riservatezza necessaria alle attività di intelligence.
Ogni tanto vengono annunciate riforme, nuovi strumenti e nuovi interventi. Ma la misura della loro efficacia non può essere l’annuncio. Deve essere il miglioramento concreto della sicurezza del Paese, la capacità di prevenire le minacce e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
La sicurezza, del resto, non si costruisce soltanto attraverso nuovi divieti o un rafforzamento delle misure repressive. Si costruisce anche con istituzioni credibili, servizi pubblici efficienti, comunità meno frammentate e una politica capace di affrontare i conflitti prima che degenerino.
Nei prossimi giorni sono previste nuove manifestazioni e importanti appuntamenti politici. È quindi necessario che le autorità competenti mantengano un livello elevato di attenzione, assicurando un controllo adeguato e proporzionato dei possibili rischi. Ma è altrettanto importante che le forze politiche, le organizzazioni sindacali e la società civile contribuiscano a promuovere una mobilitazione pacifica, isolando con chiarezza chiunque voglia trasformare il dissenso in violenza.
La responsabilità è collettiva, ma non indistinta: ciascuno deve fare la propria parte, secondo il ruolo che ricopre.
La mia esperienza nelle piazze mi ha insegnato che la partecipazione organizzata non è un ostacolo alla libertà. Al contrario, può rappresentare una delle condizioni che permettono alla libertà di esprimersi senza degenerare. Quando esistono interlocutori riconosciuti, responsabilità condivise e obiettivi chiari, il conflitto sociale può diventare uno strumento di cambiamento e non una minaccia per la convivenza civile.
Non dobbiamo rimpiangere semplicemente il passato. Dobbiamo recuperare ciò che di essenziale quell’esperienza ci ha lasciato: il valore dell’organizzazione, il senso della responsabilità e la capacità di tenere insieme il diritto alla protesta e il rispetto delle regole democratiche.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di piazze libere, istituzioni autorevoli e cittadini responsabili. Abbiamo bisogno di uno Stato che sappia garantire la sicurezza senza comprimere i diritti, e di una società che sappia ascoltare il disagio senza accettare la violenza.
La democrazia non si difende impedendo ai cittadini di manifestare. Si difende facendo in modo che possano farlo liberamente, pacificamente e senza paura.
È questa, ancora oggi, la vera prova della nostra maturità democratica.
