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Dopo i disordini: capire senza giustificare

I gravi disordini cui abbiamo assistito in questi giorni, in Francia come in Italia, non sono, in realtà, fenomeni isolati. Analoghi episodi si sono manifestati, in un lasso di tempo ristretto, e vicino a quello attuale, in altri paesi europei (Portogallo, Belgio, Albania) ed extraeuropei (Indonesia e India). Ridurre tutti questi episodi a un unico denominatore comune sarebbe impossibile e sbagliato, perché ogni situazione è caratterizzata da proprie specificità e da un retroterra sociopolitico specifico. 

Tuttavia, esistono anche fattori unificanti che sarebbe altrettanto errato ignorare. Il primo tra questi è il protagonismo giovanile, che accomuna i vari movimenti. Un fatto sorprendente per molti adulti, che, immemori della carica eversiva che aveva caratterizzato la loro gioventù, avevano troppo facilmente dato per persi i giovani a ogni impegno sociale, a causa del fascino ipnotico e soporifero dei social media e dei cellulari. 

I protagonisti dei tumulti cui abbiamo avuto modo di assistere sono, infatti, in gran parte appartenenti alla generazione Z, i cui membri sono detti anche zoomer per assonanza (e per opposizione) al termine boomer, che designa, più propriamente, le coorti demografiche precedenti. Peraltro, a giudicare dai dati sui fermati nei tumulti del 17 e 18 ottobre diffusi dalla Questura di Milano, è stata notevole anche la partecipazione di minorenni e della leva demografica successiva agli zoomer, ossia la generazione alpha. 

Al di là dell’età, è possibile individuare qualche altra similitudine tra gli episodi di contestazione, come, ad esempio, la protesta contro il carovita o la condizione delle scuole. Tuttavia, come dicevamo, ogni movimento presenta proprie caratteristiche specifiche. In India la protesta ha avuto origine dal fatto che si sono verificati episodi di conoscenza anticipata, se non di vera e propria compravendita, delle prove dei difficili esami di ammissione all’università. In un paese nel quale le opportunità di crescita sociale sono scarse e le famiglie (quelle che possono) investono molto nell’educazione dei figli, ciò ha dato luogo a una reazione forte e decisa, che, però, non si è caratterizzata per l’attitudine violenta dei manifestanti. 

I disordini che si sono verificati in quel paese sono attribuiti dagli osservatori alla violenta repressione delle forze di polizia, mentre i giovani, il cui movimento si è dato il nome di Cockroach Janta Party, ossia Partito popolare degli scarafaggi, hanno mostrato un atteggiamento polemico e combattivo, ma tendenzialmente non violento.  

Atteggiamento che, purtroppo, non si è registrato in Francia e in Italia, come documentano le immagini televisive, che parlano, invece, di scontri, vandalismo e, addirittura, saccheggio, come nel caso milanese. All’indomani delle elezioni politiche in Serbia, che hanno dato la vittoria alla Lista degli studenti, quindi alla componente zoomer della popolazione, non possiamo esimerci dalla considerazione che un altro approccio ai problemi giovanili è possibile, oltre che auspicabile. I movimenti giovanili, insomma, hanno altre strade da esperire. 

Il fatto è che le leve giovanili si trovano in una condizione in gran parte inedita. Come osservano diversi autorevoli commentatori, nei paesi occidentali, ma anche in Cina e in Giappone, la diminuzione delle nascite, da un lato, e l’aumento della speranza di vita, dall’altro, hanno di fatto trasformato le generazioni giovanili in una minoranza sociale. Il che, tra le altre conseguenze, determina la diminuzione del loro peso politico e indirizza le scelte politiche ed economiche a favore delle generazioni più anziane e, implicitamente, a loro danno. 

Per rendersene conto, basta raffrontare la spesa pensionistica e assistenziale con quella per l’istruzione. Si calcola che, in Italia, la prima sia circa il quintuplo della seconda. È vero che la spesa propriamente pensionistica è finanziata in gran parte dai contributi dei lavoratori, almeno fin quando lo permetterà l’andamento demografico; tuttavia, il confronto mostra quanto le risorse disponibili siano orientate verso la protezione sociale, in larga parte previdenziale, più che verso la formazione delle nuove generazioni. 

Si obietterà che a sottrarre risorse ai giovani sia piuttosto il riarmo. Oggi, tuttavia, la spesa militare italiana si aggira intorno al 2% del PIL, circa la metà di quella per l’istruzione e circa un ottavo di quella pensionistica e assistenziale, e per questo non l’abbiamo assunta come termine di confronto. Il quadro potrebbe cambiare in relazione ai nuovi impegni che Trump ha imposto ai paesi NATO, dato il loro diverso potere contrattuale, ossia portare la spesa militare al 3,5% del PIL entro il 2035 (5% con le spese connesse alla sicurezza), a vantaggio in larga parte degli Stati Uniti, che forniscono gli armamenti, in assenza di una politica di difesa europea. 

Sarà utile aggiungere a questi dati la considerazione che l’Italia ha uno dei debiti pubblici più elevati al mondo in rapporto al PIL (il 137% nel 2025, secondo in Europa dopo la Grecia), accumulato nel corso di decenni a vantaggio soprattutto delle generazioni oggi più anziane. Il suo peso ricade in larga parte su quelle più giovani, anche per gli interessi, che costano ogni anno allo Stato una cifra paragonabile a quella dedicata all’istruzione. Infatti, nel 2025 gli interessi sul debito pubblico, circa 87 miliardi, hanno pesato sul PIL il 3,9%, ossia quanto la spesa per istruzione. 

Il disagio giovanile finisce poi per saldarsi con le motivazioni dei giovani immigrati e degli italiani di seconda generazione, i quali vivono frustrazioni ancora maggiori per le difficoltà che sono proprie del processo di integrazione nel tessuto sociale. Di qui la presenza, nelle manifestazioni, di una componente composta da giovani di origine immigrata, che, comunque, non ne è la parte preponderante, anche se alcuni settori del mondo dell’informazione focalizzano la propria attenzione essenzialmente su di essa. 

Tutto considerato, non ci si può stupire del fatto che i più giovani avvertano, anche in modo confuso, un senso di emarginazione e di mancanza di prospettive, senza, però, le speranze di cambiamento che animavano il ribellismo delle generazioni precedenti. Le quali, peraltro, diedero vita, a suo tempo, a forme non meno violente di protesta. Ricordiamo che l’Italia rimane il paese “degli anni di piombo” e della “notte della Repubblica”. Chi allora si rese protagonista di questi eventi apparteneva alle generazioni giovanili del tempo, pur costituendone una minoranza.

E, tuttavia, come insegnano gli studi sui sistemi complessi, sarebbe errato tentare di spiegare le ragioni di movimenti collettivi di simile ampiezza mediante poche, o addirittura una sola chiave di lettura. Se non possiamo ignorare il disagio generazionale, alla cui base si collocano ragioni certo fondate, non possiamo neppure sottacere il vandalismo e il saccheggio. Una spiegazione sviluppata sul solo versante sociale sarebbe, infatti, monca e finirebbe per suonare come una sostanziale acquiescenza, se non complicità. 

Esiste una componente aggressiva della psiche giovanile dei nostri tempi, disgiunta dalla voglia di cambiamento delle generazioni precedenti, la quale, peraltro, non di rado sconfinava nell’esaltazione ideologica, come abbiamo sottolineato poco sopra. Ne è testimonianza la sottocultura di certi filoni della musica rap, che celebra modelli di vita violenti e predatori, ivi compresa l’ostentazione di beni di lusso conquistati mediante il ricorso a qualsiasi metodo, anche (anzi a preferenza) illegale. E ne sono testimonianza anche i social media, sui quali ci si imbatte spesso e volentieri in scene brutali, diffuse da ciechi algoritmi, progettati per lusingare e non certo contrastare le pulsioni peggiori, a meri scopi commerciali. Impossibile ignorare le conseguenze di tutto ciò nella formazione della psiche giovanile, che si può temere già minata, prima dell’adolescenza, dall’uso di videogiochi che banalizzano la violenza, proponendone dosi massicce sotto l’aspetto ludico. Del resto, sappiamo da sempre che il gioco è il miglior veicolo dell’apprendimento. Vale in positivo, ma anche in negativo. 

Questa tendenza alla violenza fa parte dell’animo umano e si supera con l’educazione e l’istruzione, come ogni altra forma di aggressività. Soccorrono qui le parole attribuite a Derek Bok, già presidente dell’Università di Harvard: se pensate che l’istruzione sia costosa, provate con l’ignoranza. 

*Blogger, già Segretario Generale Cisl Scuola Lazio

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