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DPFP 2026: tempi di vacche magre

Un giudizio generale sul DPFP presentato dal governo si può ricavare da due elementi: una frase contenuta a pagina 57 del documento e da un’assenza assai significativa.

La frase è la seguente: “Dal confronto tra i tassi di crescita della spesa netta programmati e quelli dello scenario tendenziale corretti per l’impatto della clausola non emergerebbe la necessità di una correzione di bilancio per il 2027, mentre nel 2028 e nel 2029 si renderebbero disponibili spazi di bilancio per una manovra moderatamente espansiva.”

Si afferma cioè chiaramente che i dati di finanza pubblica indicano che nel 2027 non sarà certamente necessaria una manovra correttiva, ma non vi è spazio per spese aggiuntive rispetto a quelle già in programma e che questo sarà possibile solo nel biennio successivo.

L’assenza deriva direttamente da questa affermazione e riguarda la mancanza di qualsiasi accenno a misure di spesa da inserire nella prossima legge di bilancio, misure di cui peraltro nelle settimane precedenti nel centrodestra si è discusso a lungo: dall’estensione del limite della secondo scaglione Irpef, alla flat tax per i giovani, dalla detassazione delle tredicesime all’estensione della flat tax per gli autonomi, dall’intervento sulle pensioni all’aumento delle risorse per la sanità.

Nessuna parola nel DPFP su questi provvedimenti e nemmeno sull’eventuale rifinanziamento delle misure finanziate per il solo 2026 come quella sulla flat tax sugli aumenti contrattuali.

Basta confrontare questo DPFP con quello dello scorso anno per notare la differenza. 

In quello dello del 2025 si pregustava per il 2027 lo spazio che gli indicatori di finanza pubblica avrebbero lasciato in un anno elettorale. La differenza prevista allora tra l’andamento tendenziale della spesa netta (1,3%) e l’andamento concordato in sede UE (1,9%) lasciava presupporre un’ampia possibilità di spesa.

Questa possibilità è venuta meno e nel DPFP diversamente da quanto stabilito da risoluzioni approvate dai due rami del Parlamento, che impegnano il governo a includere nel documento “l’articolazione delle misure di prossima adozione nell’ambito della manovra di finanza pubblica e dei relativi effetti finanziari”, questa articolazione non c’è. Non c’è come detto nemmeno un accenno a qualsiasi misura da adottare.

Il governo è in attesa della risposta di Bruxelles sulla richiesta di ulteriore flessibilità per avere nuove risorse da utilizzare in deficit e/o il governo dovrà decidere come trovare risorse attraverso nuove entrate per finanziare misure da adottare nella legge di bilancio. Una prima indicazione dovrebbe arrivare dal DPB (Documento programmatico di bilancio) che il governo deve inviare nei prossimi giorni alla Commissione che deve contenere la griglia delle misure di entrata e di spese previste nella legge di bilancio.

Vediamo comunque il contenuto del DPFP.  

È al solito un documento “alla Giorgetti”, cauto e prudente nonostante l’avvicinarsi delle elezioni. Si rispettano le regole di bilancio, si concordano le previsioni economiche con l’Ufficio parlamentare di bilancio. Giorgetti e la Meloni ci tengono al giudizio delle agenzie di rating.

Il PIL in termini reali è previsto crescere in misura pari all’1% nel 2026, e in termini tendenziali dello 0,6% nel 2027 e dello 0,8% nel biennio successivo. 

Le previsioni programmatiche indicano una crescita reale del PIL nel 2027 dello 0,8%, nel 2028, dello 0,9% e nel 2029 dello 0,8%. Sono previsioni prudenti, determinate dalla situazione internazionale e dalle difficoltà della finanza pubblica.

Sulle previsioni macroeconomiche, validate dall’UPB che prevede anzi una crescita dell’1,1% nel 2026, si possono introdurre sia note di ottimismo che prospettive di incertezza.

Le prime sono legate da un lato alla spesa europea per la difesa e all’aumento degli investimenti per l’Intelligenza artificiale che probabilmente ha avuto un ruolo nell’aumento imprevisto del PIL nel 2026 (ad aprile nel DPF il governo aveva previsto una crescita reale in corso d’anno dello 0,6%). Questi fattori potrebbero sostenere l’economia europea e italiana.

Le note di incertezza derivano dalle tensioni internazionali e dalle loro ripercussioni sulle catene globali di produzione, sui prezzi delle materie prime e dal deterioramento delle condizioni finanziarie globali con una forte crescita dei tassi di interesse. Fattore questo che avrebbe un peso rilevante per un paese come l’Italia dato il suo elevato debito pubblico.

La Finanza pubblica e la NEC

Il rispetto del percorso di spesa netta concordato con la Commissione costituisce il riferimento base per l’attuale sistema delle regole di bilancio europee (ricordo che la spesa netta è la spesa complessiva delle amministrazioni pubbliche al netto delle spese per interessi, delle misure discrezionali dal lato delle entrate, della componente ciclica della spesa per sussidi di disoccupazione, della spesa per programmi interamente finanziati dall’UE, della spesa nazionale per il cofinanziamento di programmi finanziati dall’Unione, delle misure una tantum e delle altre misure temporanee).

Il percorso concordato nel prevede una spesa pari all’1,6% del PIL nel 2026, all’1,9% nel 2027, all’1,7% nel 2028 e all’1,5% nel 2029.

A questa regola si è poi aggiunta la National Escape Clause (NEC) che prevede la possibilità per i singoli Stati membri di derogare temporaneamente alle regole di bilancio superando i tassi massimi di crescita della spesa netta concordati con il Consiglio per spese in conto corrente e in conto capitale per la difesa per un massimo dell’1,5% del PIL tra il 2025 e il 2028. A giugno scorso La Commissione Europea ha consentito che nell’ambito dell’1,5% della NEC uno 0,3% annuo e un cumulato 0,6% nel triennio 2026/28 fosse utilizzato per misure in campo energetico per finanziare misure a favore della sicurezza energetica, ovvero per ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili.

Il governo italiano, diversamente dalle prime indicazioni, ha rinunciato a chiedere l’intero 1,5%. Si è limitato all’1,2% suddiviso tra il 2027 e il 2028, 29 miliardi anziché 36.

Sono comunque 29 miliardi di scostamento di bilancio di cui il governo ha dovuto chiedere l’autorizzazione in Parlamento.

Da ricordare che sono miliardi che possono essere usati solo per queste finalità, difesa ed energia, 0,3% del PIL in ciascun settore ogni anno, e non possono essere dirottati per altre finalità.

Al lordo della NEC la spesa netta sale al 3,3% nel 2027 e all’1,7% nel 2028. Al netto della NEC i tassi di crescita della spesa netta si riallineano con quelli concordati con il Consiglio. 

Anche l’indebitamento programmatico assume ovviamente valori diversi a seconda che si consideri o meno la NEC. Sceso sotto il -3% nel 2026 l’indebitamento netto salirebbe al -3,4% nel 2027, e al -3,2% nel 2028 per poi scendere al -2,3% nel 2029.

Al netto della NEC resterebbe sotto il 3% anche nel biennio 2027/28 con valori pari rispettivamente a -2,8% e a -2,6%. Se queste previsioni saranno confermate nelle previsioni della primavera 2027 sussisteranno le condizioni per l’uscita dalla procedura per disavanzi eccessivi.

L’UPB nella sua audizione in Parlamento osserva che il DPFP  conferma una strategia di stabilità complessiva dei conti pubblici, in linea con le regole della UE, ma osserva che anche scostamenti limitati degli indicatori di finanza pubblica potrebbero tuttavia compromettere l’uscita dalla PDE. Un ulteriore aumento dei tassi di interesse, pur non incidendo sulla spesa netta, si riflette invece su disavanzo e debito con effetto sulla PDE.

I dati di finanza pubblica relativi al 2029 sollevano poi qualche punto interrogativo in mancanza di indicazioni nel DPFP. Secondo le indicazioni della UE, i paesi che attivano 

la clausola si impegnano a mantenere la spesa per la difesa in rapporto al PIL al livello raggiunto con l’attivazione della clausola. Vale a dire il livello di spesa per la difesa resta inalterato e va considerato ai fini della spesa netta e dell’indebitamento netto. Non è invece chiaro, non è indicato il livello della spesa per la difesa, cosa succede nel 2029 nella spesa italiana.

Il debito pubblico raggiungerà il valore del 138,1% nel 2026 e salirà al 138,5% nel 2027. Secondo il DPFP dovrebbe esaurirsi il prossimo anno l’effetto dei crediti d’imposta dovuti ai bonus edilizi e questo dovrebbe favorire l’avvio di un percorso di diminuzione del rapporto debito/PIL che scenderebbe al 137,9% nel 2028 e al 136,6% nel 2029.

DFPF 2026


2026202720282029
PIL reale tendenziale10,60,80,8
PIL reale  programmatico10,80,90,8
Indebitamento netto tendenziale-2,9-2,9-2,7-2,2
Indebitamento netto programmatico-2,9-3,4-3,2-2,3
NEC 0,60,6 
Indebitamento netto programmatico al netto NEC-2,9-2,8-2,6-2,3
Debito pubblico tendenziale138,1138,4137,7136,3
Debito pubblico programmatico138,1138,5137,9136,6





TASSO DI CRESCITA DELLA SPESA NETTA  2026202720282029
Raccomandazione del Consiglio1,61,91,71,5
Crescita della spesa netta tendenziale1,62,11,31,1
Scenario  programmatico    
Crescita della spesa netta 1,63,31,70,2
Crescita della spesa netta al netto NEC1,61,91,71,5

Questi dati tuttavia sono con molta probabilità destinati a cambiare. Difficile infatti pensare che in un anno elettorale il governo possa varare una legge di bilancio che comprenda in pratica solo misure in materia di difesa ed energia utilizzando i soli fondi della NEC e null’altro.

Si è in attesa di ulteriore flessibilità da parte europea e/o di reperire risorse nazionali da banche ed extraprofitti e di raschiare il barile da residui del PNRR. Più difficile qualche aumento d’imposta, pressoché impossibili tagli di spesa.

Sul fronte flessibilità il governo ha ragione nell’affermare che la spesa netta indicata è nominale e che l’inflazione fa crescere automaticamente una parte della spesa pubblica (pensioni ad esempio). Tuttavia va ricordato che ogni flessibilità aggiuntiva significa spesa in deficit e come già quella prevista dalla NEC comporta un aumento del debito. Uno dei problemi, se non il problema, del nostro debito è il suo costo che ha ormai raggiunto i 100 miliardi annui. Aumentare il debito attraverso un’ulteriore flessibilità non appare una grande idea in una situazione in cui un elevato debito pubblico costituisce un indubbio fattore di vulnerabilità per il paese.

Questo naturalmente vale sia per il governo che per l’opposizione.

L’ultima idea del governo in ambito europeo, in alternativa a una ulteriore flessibilità, è quella di chiedere un allargamento delle possibilità di uso per l’energia anche per andare incontro alle esigenze delle famiglie colpite dallo shock inflazionistico.

Il governo sconta l’incapacità di fare riforme, l’aver puntato solo sulla stabilità e sui conti in ordine senza un’idea di come far crescere il paese. Se si vuole una conferma di questo si ha nella mancata approvazione dell’unica riforma proposta nella legislatura, quella fiscale, con la ormai certa non approvazione della delega fiscale presentata all’inizio della legislatura.

Che una riforma sia necessaria lo conferma la contemporanea presentazione con il DPFP dell’allegato sulla Economia non osservata sull’evasione fiscale e contributiva 2026, che contiene le stime aggiornate al 2023.

Come osserva Brandolini della Banca d’Italia nella sua audizione, la dimensione del fenomeno (propensione all’evasione) resta elevata.

Nel 2023 il tax gap, ossia la differenza tra quanto dovuto e quanto versato alla pubblica amministrazione, in campo contributivo è stimato tra i 9,2 e i 12,7 miliardi, in campo fiscale tra i 98,7 e i 100 miliardi.

Non tutti evadono allo stesso modo. Si evade al 60% nell’Irpef da lavoro autonomo e impresa e solo al 2% nel lavoro dipendente irregolare.

Dati incoraggianti dall’IVA dove il tax gap è diminuito dal 31,5% dell’imposta potenziale nel 2009 a circa il 15% nel 2023 grazie alla fatturazione elettronica e strumenti similari. Il divario rimane ampio comunque rispetto al valore medio della UE (circa 9,5 punti percentuali).

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