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Non siamo condannati all’egemonia del sovranismo

Al netto delle vicende guerresche che si espandono nel mondo e sono motivo di crescente allarme, di paure e di reazioni collettive imprevedibili, tutti gli indicatori economici tendono al pessimismo. Semmai le differenze riguardano l’intensità della piega che prenderanno l’occupazione, i consumi, gli investimenti nei singoli Paesi europei e non. 

La lunga stagione della pace, che affonda le sue radici nella seconda metà del secolo scorso, è ormai un ricordo che sbiadisce con il passar del tempo. Ma anche il periodo di relativo benessere, che si è registrato dopo la pesante esperienza pandemica, sembra essere arrivato al capolinea.

Le due vicende si intrecciano. Nella guerra moderna più che le truppe contano: i droni che possono bombardare le raffinerie, i blocchi marittimi che impediscono i rifornimenti di combustibili e prodotti alimentari a mezzo mondo, la desertificazione di intere città e territori, la morte di più civili che militari, la minaccia nucleare. Tutto questo ha effetti destabilizzanti l’economia: fa crescere i prezzi, impedisce e stravolge gli scambi commerciali, mette nell’incertezza aziende e famiglie.

Le strategie economiche che sembrano vincenti per barcamenarsi in questi scenari complicati, hanno tutte un marchio sovranista. A partire dagli Stati Uniti di Trump. Il “Make America Great Again” è uno stampo nazionalista, egoista e sostanzialmente menefreghista. Ovviamente fa presa su chi si affida, finanche in buona fede, alle parole roboanti, non apprezza la complessità delle questioni e crede nell’uomo solo al comando. 

Bisogna prendere atto che quel marchio ha fatto scuola in molti Paesi, grandi e piccoli. Le insufficienze della globalizzazione economica e l’usura della capacità degli organismi internazionali, a partire dall’ONU, non hanno vitalizzato a sufficienza il dialogo tra i Paesi e formata una cultura della coesione sociale.

Ma quella reazione si sta dimostrando del tutto inadeguata. Le promesse cozzano contro la realtà. I tentativi di renderle efficaci minano le basi della democrazia, della giustizia sociale, della pace. Stanno mettendo in evidenza che le diseguaglianze economiche e sociali si amplificano, ovviamente a favore dei già e più ricchi.

L’inflazione galoppante, la concentrazione dei capitali nei settori degli armamenti, delle fonti energetiche non rinnovabili, dell’IA, la frana inarrestabile del welfare, lo smantellamento dell’uguaglianza del diritto degli individui a vivere decentemente, liberamente e in pace stanno sempre più dimostrando che il sovranismo non è quel bengodi che continua a promettere.

Ovviamente, il suo fascino persiste, anche in Italia. Ma anche da noi, è ormai più parolaio che fattuale. Il destino della prossima Legge di Bilancio è più nelle mani della Commissione Europea che in quelle di Palazzo Chigi. E se un ulteriore scostamento di bilancio (banalmente chiamato da Meloni, flessibilità) verrà concesso, non potrà essere tale da soddisfare le tante richieste corporative e clientelari che stanno circolando nella maggioranza governativa.

Ma il suo vero segnale di crisi è la nascita del Fronte Nazionale di Vannacci che si appropria di tutto l’armamentario sovranista inattuato e lo sorregge con una venatura di imbarbarimento culturale di impronta neofascista e filorussa. Il che non è una buona cosa, sarebbe meglio farne a meno, ma rende esplicito che il sovranismo si potrebbe realizzare soltanto con una buona dose di isolazionismo ed autoritarismo.

Questa crisi ha i suoi tempi. Si possono accorciare se però le persone che man mano si renderanno conto di quanto povero di concretezza sia il sovranismo, trovano non una proposta alternativa esaustiva ma almeno caratterizzata da segnali promettenti visioni nuove. 

Questo è il grande compito dell’opposizione. Deve essere credibile su tanti fronti. Ma sono convinto che su quelli che sommariamente sto per indicare, si gioca buona parte della sua capacità di dimostrarsi classe dirigente. 

Sull’Europa, la priorità delle priorità è che deve fare la scelta di decidere a maggioranza su politica estera, militare, economica e sociale. La vera sovranità del popolo europeo passa da questa scelta rassicurante e non rinviabile. E dalla consapevolezza che il sistema delle alleanze internazionali non può essere a geometria variabile, pur cooperando con tutti per la pace. 

Deve essere radicale nella difesa della partecipazione convinta e non passiva dei cittadini alla politica. Bisogna dichiarare in anticipo, con tutta la dovuta solennità, che qualora l’attuale opposizione vincesse alle prossime elezioni, uno dei primi atti sia l’abrogazione di quest’ultima orrenda legge elettorale e l’inibizione a cambiarla nell’anno che precede le successive tornate elettorali.

Deve essere paladina della difesa dei più deboli. Prima di tutto degli adolescenti. Oggi sono troppo sotto l’influenza dei social. Famiglia, scuola, oratori (dove ci sono) possono fare molto, ma non tutto. Né possiamo perdere una generazione alla bellezza della cultura della tolleranza, del dialogo, del rispetto verso gli altri. Per riuscirci occorre eliminare l’anonimato nell’uso dei social. Chi vuole esternalizzare la propria opinione o le proprie avventure, le più raccapriccianti o le più interessanti, le può esprimere ma dichiarandosi documentalmente. Si può fare, si deve fare.

Deve essere “conservatrice”, rilanciando il valore della progressività fiscale come condizione sine qua non, per una salda giustizia sociale e per difendere e rafforzare lo stato sociale. Questa caratteristica costituzionale del prelievo fiscale è diventata residuale con il Governo Meloni. La flat tax è stato il suo mantra. Non trionfa soltanto nel settore del lavoro autonomo e nella proprietà immobiliare. C’è nel campo finanziario, per i capitali esteri che entrano in Italia, finanche nell’arte dove si applica una aliquota bassissima sia che si tratti dell’acquisto di una crosta che di un capolavoro. Ed ora, vorrebbero sventolare una flat tax piccina piccina, come una grande cosa per i giovani neoassunti. Fra cinque anni, con questo sostanziale affossamento della progressività come regola generale del prelievo fiscale, il sistema dei servizi pubblici andrà in fallimento.

Ci vuole, in definitiva, una piattaforma alternativa che esprima un messaggio di forte condizionamento delle tendenze del mercato specie negli ambiti in cui la speculazione (abitazione, sanità, trasporti) e la concentrazione della proprietà (intelligenza artificiale, finanza, informazione) e lo spregio del lavoro (precariato, ricerca, educazione) si delineano come prevalenti. La società civile in molte parti del mondo sta esprimendo questa esigenza di ridefinizione dei rapporti tra Stato e mercato, di riequilibrio tra produttore e consumatore, di rivalutazione della partecipazione rispetto alla delega forzata. Una politica che non si accontenta di essere votata, al meglio dal 50% degli aventi diritto, deve trasformare le esigenze che la società esprime in tante forme, finanche non ortodosse, in proposta di realizzazione. 

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