L’intelligenza artificiale, con la crescente pluralità delle sue innovazioni, sta invadendo le nostre vite e già comprende una parte rilevante del racconto del futuro del mondo. Essa si diffonde con enorme velocità in tutti gli aspetti della vita personale e collettiva con effetti a prima vista anche strabilianti, che spesso vanno oltre la stessa immaginazione.
Si tratta indubbiamente di un processo globale e complesso che prevede una continuità innovativa con l’elaborazione di modelli sempre più avanzati. In particolare, sta cambiando il lavoro, le relazioni sociali e culturali e i rapporti di potere. Non stupisce quindi che una tecnologia che rappresenta forse la più grande innovazione della stessa rivoluzione industriale possa sfuggire di mano.
Per evitare tale possibilità recentemente il fondatore di Anthropic, una delle aziende leader del settore, ha pubblicato un manifesto nel quale invita tutti i protagonisti della vicenda a rallentare le velocità estrema con cui l’IA procede perché la progettazione di nuovi modelli rischia di superare l’intelligenza umana e la sua capacità di comprensione e di controllo.
Un allarme di particolare significato che proviene da uno dei protagonisti di questa corsa, preoccupato di aumentare la consapevolezza dei problemi che emergono per farvi fronte. Una preoccupazione condivisa da diversi specialisti ed esperti del settore, alcuni dei quali hanno dato le dimissioni dalle aziende per cui lavoravano, in vista di possibili eventi catastrofici.
Lo stesso Papa Leone XIV, dopo aver pubblicato l’enciclica “Magnifica Humanitas” sul valore e i problemi umani dell’IA, nel corso del suo viaggio in Francia ha considerato fondate e da prendere sul serio tali preoccupazioni. Permane tuttavia diffusa la convinzione che regole e leggi frenino l’innovazione che deve potersi liberamente sviluppare.
Nella medesima direzione procede la geopolitica, dove l’IA viene assunta come elemento centrale della competizione Usa-Cina per l’egemonia globale, e si considera eccessiva e ingiustificata una frenata in questa corsa decisiva, Da un lato Trump, convinto che chi vince in questo campo vince tutto, e per consolidare l’attuale vantaggio americano ha riunito i leader delle big tech Usa per concordare un patto al fine di migliorare i controlli e ha promesso la nomina di uno zar dell’IA per garantire la sicurezza.
Dall’altro XI Jinping, considera troppo allarmistica la frenata ma teme l’attuale egemonia americana per l’esito della guerra tecnologica. In ogni caso, l’IA prosegue la sua corsa e sta coinvolgendo alcuni miliardi di persone e, secondo recenti analisi, sostiene il Pil mondiale nella misura del 2,9% nel 2026 mentre per il futuro, grazie agli aumenti di produttività, potrebbe arrivare fino a 7%.
Ciò per la spinta di Usa e Asia mentre Europa e Italia, per effetto dei loro ritardi strutturali, restano ai margini. Anche a causa dei colossali investimenti necessari tanto che le imprese della Silicon Valley investono, solo quest’anno, oltre mille miliardi. Tra gli effetti sul lavoro, l’IA ha contribuito finora alla perdita di 425 mila posti di lavoro a livello globale, e per il futuro le stime indicano che il 40% dei lavori nel mondo risulta esposto ad una potenziale chiusura.
Solo da questi pochi dati si capisce che problemi esistono e una loro riconsiderazione appare necessaria per guidare meglio questa tecnologia. Al fine di capire il vero senso della proposta di rallentamento va tenuto presente che nell’IA si cancella lo spazio tra decisione e azione per cui un ordine sbagliato si può trasformare in un disastro perfettamente eseguito, perché più veloci diventano le macchine meno tempo resta agli uomini per fermarle.
La necessità di una frenata proposta da alcune big tech non trova oggi particolari ostacoli perché l’IA è oggi gestita in un contesto di rigido oligopolio formato dalle stesse imprese per cui potrebbe realizzarsi. Solo la politica sarebbe in grado di frapporre ostacoli.
Occorre perciò partire da qui avendo comunque presente che una regolazione dall’alto difficilmente risulta efficace in una realtà così diffusa e complessa. Serve quindi un intervento integrato tra politica, soggetti collettivi privati e singoli cittadini con una responsabilità comune. La politica dovrebbe dar vita ad un sistema di regole con pesi e contrappesi economici e politici che consentano un controllo umano di questa tecnologia.
Un obiettivo radicalmente alternativo al mondo impazzito di oggi, raggiungibile, a mio avviso, soltanto tramite un accordo globale che consenta di dar vita ad una agenzia internazionale a partecipazione democratica con il compito di definire e modificare le regole per un controllo progressivo dell’evoluzione dell’IA. Un compito che contribuirebbe a superare l’attuale gestione accentrata su poche imprese per ridare peso e valore alla democrazia nella definizione del nuovo ordine mondiale.
In questo ambito l’Europa ha dato, con coraggio, un contributo con la definizione dell’IA Act del 2024, che stabilisce un primo complesso di regole, peraltro criticato per eccesso di vincoli. In ogni caso, la regolazione politica ha bisogno del contributo di intese in ambito economico e sociale per rendere la regolazione più aderente ai diversi processi reali. Ad esempio, in materia di lavoro saranno rilevanti le intese tra le parti sociali (imprenditori e sindacati) che sono chiamati ad affrontare i problemi prima delle eventuali riduzioni dei posti di lavoro ponendo l’asse principale del confronto sulla formazione dei lavoratori come via verso nuovi assetti produttivi.
Infine, una regolazione efficace dovrà fondarsi anche sul contributo dei singoli cittadini al livello della loro esperienza e responsabilità. In definitiva, senza sottovalutare i possibili pericoli, dovremo, con determinazione e coraggio, rendere possibile un ruolo positivo dell’IA per rendere più umano il nostro futuro.
