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L’allarme sopito

Violenza è un sostantivo femminile singolare, ma è anche un sostantivo-sintesi che ha bisogno di specificazioni altrimenti rimane un significante, un concetto astratto. Come tutti i significanti senza specificazioni non esprime un significato.

il termine violenza,usato nudo e crudo,è quindi solo un significante che ha tuttavia una caratteristica: anche se usato nella sua astrazione (propria di ogni significante), il governo e i governanti, nonché il sentire comune ben orientato dai mass media e non disponibile a consultare la propria coscienza critica, riescono a ricondurre il termine astratto (violenza) al significato che in quel preciso momento gli viene assegnato dagli strumenti di informazione dominanti e dall’orientamento sociale e politico che vogliono solo prendere scorciatoie.

Ma tanto è; è sempre stato così; seguire è facile, pensare è difficile.

Sappiamo invece che gli attributi che si possono correlare alla parola violenza sono molteplici, ma per rimanere nei fatti di questi giorni e per capire che cosa sta succedendo (fatti reali e fatti presupposti/immaginati, e forse cinicamente sperati ma non realizzati) abbiamo:

  • violenza economica, leggibile e verificabile nell’iniqua formazione e distribuzione della ricchezza a tutti i livelli e a tutte le scale; 
  • violenza individuale, l’anatema contro il povero, l’emigrato, etc; 
  • violenza morale, la negatività del diverso nel censo, nel genere, nell’etnia, nella sessualità … ; 
  • violenza culturale, la verità in una sola cultura, il sapere in una sola scienza, gli altri sono selvaggi (è il presupposto culturale del razzismo e la giustificazione dei genocidi);
  • violenza sociale, istruzione e salute in assoluta carenza di finanziamenti anche per l’iniqua tassazione delle categorie di reddito più ricche come le rendite finanziarie, le varie flat tax, etc.; 
  • e ancora (tra le più usate) violenza del perbenismo, che fa riempire le piazze di agenti e idranti per recitare un copione immaginato ma non reale (come sabato 24 ottobre ha dimostrato), e la violenza alla persona e al patrimonio (queste ultime due tanto usate che il significante violenza nell’uso comune dei mass media e di molta politica viene attribuito proprio alla violenza alla persona, al patrimonio e, in tutti i casi, agli atti compiuti dal diverso, da qualsiasi diverso  che voglia contrapporsi all’uguale).

Come si vede, circondati da violenze, andiamo con ordine e facciamoci 3 domande per capire chi subisce violenza.

1° Subisce violenza economica, sociale e morale una persona che lavora in una città per garantire alla stessa una quotidianità funzionale (servizi, manutenzione, ecc.), percependo un salario che non le permette di viverci, obbligandola invece a risiedere altrove, anche oltre le orrende periferie e aumentando i suoi costi della mobilità e le ore di impiego reale non retribuito?

2° Subisce violenza chi vive in una società che ha fatto dei consumi il suo obiettivo principale, mentre chi ha un lavoro subalterno e manuale percepisce un salario che permette di accedere solo (e non sempre) alla sopravvivenza?

3° Subisce violenza il giovane che deve abbandonare gli studi per andare a lavorare in nero e sottopagato per poter contribuire al ménage familiare?

Senza continuare nell’elenco, possiamo dire che viviamo in una società in cui le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza sono enormi, in cui la devozione al “dio denaro” è espressa anche dalla tassazione dei redditi finanziari al 20% e senza scaglioni, in cui la violenza istituzionale è declinata con le manganellate a chi sta manifestando per la vita del popolo palestinese nella striscia di Gaza … Ma siamo coscienti oppure no del fatto che oggi molte persone che lavorano, e quindi percepiscono una retribuzione, stanno entrando nel grande alveo della povertà? Il salario non garantisce più il raggiungimento del benessere anche minimo, e neanche il raggiungimento della sopravvivenza: questo sta accadendo mentre la società dei consumi diventa ancora più escludente per chi non può parteciparvi o accedervi. 

Se ce ne rendiamo conto, allora dobbiamo avere la coscienza che ognuno educa o è educato (a meno che non sia un innovatore) secondo la cultura e gli obiettivi espressi dalla società in cui vive e/o dal suo educatore.

Ci sarà un motivo che spiega perché oggi vota solo poco più della metà della popolazione; ci sarà un motivo che spiega perché i giovani, che non votano o non vanno a votare, riempiono le piazze chiedendo cultura, futuro, una vita dignitosa e soprattutto un ruolo; ci sarà un motivo che spiega perché i giovani vogliono esprimere direttamente il loro dissenso, la loro voglia di futuro e una partecipazione sociale e culturale diretta?

Chi parla realmente del loro futuro? Quando si riuniscono i gruppi dirigenti dei partiti, essi fanno solo cronaca strategica finalizzata al voto. Chi fa parlare direttamente i giovani del loro futuro? Il massimo che sappiamo fare è parlare di questo a loro, promettendo cose che non accettano. Un esempio per tutti è la risposta al Decreto Valditara, che stabiliva la percentuale massima di studenti stranieri nelle classi: ‘QUI NESSUNO È STRANIERO’.

Invece di chiudere i loro centri di aggregazione, perché non creiamo le condizioni urbanistiche, architettoniche ed economiche affinché se ne formino? La positività dell’esperienza dello Spin Time Labs la conosciamo tutti.

Non è forse violenza istituzionale non essere disponibili ad ascoltare chi vogliamo ingabbiare per apprendere, per partecipare, per confrontarsi, per discutere e per trovare una sintesi che metta le nostre esperienze a servizio e non a dominio?

Sabrina Brizzola scrive: “Oggi dobbiamo ripartire, come? Iniziando ad ascoltare e ad essere coerenti: se la gente non vede un futuro è perché ci sono ostacoli materiali ed economici. Non servono promesse, serve vivere in un sistema accogliente, che non lascia indietro nessuno”.

E poi c’è il dictat chiaro ed esplicito: “Guarda che sarai giudicato per quello che hai fatto, non per quello che hai detto”. 

Invece di parlare di violenza nelle piazze o nelle azioni dei giovani, perché non cominciamo a parlare di reazione alla violenza, all’interno della quale c’è anche la reazione violenta; ma in questo binomio il termine violenza è un’espressione della reazione, non è un sostantivo autonomo.

Ho sempre usato un’espressione nelle discussioni con i miei studenti: “Sapere serve in primis per avviarti verso ciò che non sai, per saperlo e per continuare a costruire la catena infinita del sapere”.

I giovani di oggi sono là, sono l’anello attuale dei potenziali e futuri nuovi conosciuti; sono loro che devono costruire le nuove culture, i nuovi saperi, i nuovi modelli sociali. Quello che noi dobbiamo fare è in primis mandare in caserma la Folgore e, con un atto culturale e lungimirante, finanziare il sapere,finanziare le scuole, finanziare le Università, finanziare gli istituti di ricerca, coinvolgere i giovani nella partecipazione e nella costruzione del mondo di domani; se hanno reazioni violente poniamoci il problema dell’esclusione, poniamoci il problema dell’iniqua distribuzione della ricchezza, poniamoci il problema dell’abbandono scolastico e del lavoro minorile.

Più li consideriamo LORO e più facciamo capire che non solo garantiamo e preferiamo NOI, ma che tra tutti i NOI sicuramente preferiamo i pochi IO che non solo godono della stragrande parte della ricchezza economica e dei consumi ma si pongono come soggetti attivi della volgarizzazione del mondo.

In un mondo che continuerà ad essere composto da IO più che da NOI, i giovani sono e saranno sempre più lontani, saranno sempre di più LORO.

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