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Io esisto, un grido da non lasciar al vento

Ci sono tre buoni motivi per essere solidali con i giovani che stanno manifestando il loro disagio, le loro difficoltà, finanche la loro rabbia in tante parti dell’Europa e anche d’Italia. Non mancano contraddizioni in seno a quel popolo e verranno evidenziate, ma sarebbe sbagliato guardare il dito piuttosto che la luna. C’è chi si scandalizza di fronte a questa affermazione e subito alzano la mano per chiedere che si sconfessino e si reprimino quelli che fanno vandalismi e caos nelle vie delle città. E’ ovvio che non si possono tollerare, specialmente di fronte alla sfrontatezza dei minorenni che dichiarano che volevano soltanto “divertirsi”. Ma se valutassimo soltanto da quest’ottica il senso delle manifestazioni, non saremmo obiettivi e seri. Il grosso dei cortei non solo non ha partecipato agli scontri con le forze dell’ordine, ma aveva parole d’ordine che con l’eversione non avevano alcuna parentela.

Chi ha qualche esperienza sessantottina, sa bene che nelle manifestazioni studentesche e sindacali, c’era un sistematico tentativo di gruppi organizzati di ultrasinistra (lotta continua, potere operaio, avanguardia operaia, ecc.) che tentavano di infiltrarsi nelle manifestazioni per degenerarle. Il servizio d’ordine sindacale aveva un bel da fare per evitare che ciò accadesse, prima ancora dell’intervento della polizia. Anche allora si tentava di deviare la discussione dal merito della mobilitazione, alle performances di questi guastatori. Ma la forza delle rivendicazioni era tale che, qualunque fosse il Governo in carica, non poteva limitarsi a dichiararsi difensore dell’ordine pubblico.

E questa considerazione ci riporta alle questioni vere che hanno spinto enormi masse di dimostranti per le strade delle maggiori città europee, per dire “io esisto”. La prima è che il filo conduttore delle rivendicazioni non è affatto generica, aprioristica, ideologica opposizione ai vari Governi. La denuncia di affitti molto alti per gli studenti, di carenze di case per le giovani coppie, di fatiscenza delle scuole e scarsità di insegnanti, di trasporti inadeguati, di difficoltà di vita per l’inflazione crescente sono un grido d’allarme sul destino del welfare state. Cioè della più grande invenzione sociale e umanizzazione del capitalismo moderno di cui l’Europa è custode da quando il Rapporto Beveridge consentì la nazionalizzazione del sistema sanitario britannico, nel 1948. Non solo in Italia, ma diffusamente in Europa, c’è un processo di ridimensionamento dei servizi pubblici essenziali che sta raggiungendo livelli insopportabili di degrado, ovviamente percepito più acutamente da parte dei meno abbienti. Gli altri possono ricorrere alla tutela assicurativa e alle prestazioni private che com’è noto non si limitano ad adottare la scala mobile nell’adeguamento delle tariffe.

Quelle manifestazioni rilanciano l’esigenza di non smantellare il welfare. E’ curioso, ma non tanto, che sia la generazione Erasmus ha farsi carico di questo tema. E’ un atto di accusa verso le generazioni più anziane, quelle che votano e per di più utilizzano maggiormente questi beni comuni. C’è il rischio di una frattura generazionale grave se non si comprende che l’agenda delle priorità deve cambiare. Si è troppo spostato sulla responsabilità individuale la tutela della salute, l’esigenza educativa, la necessità abitativa, la mobilità urbana e delle merci. Su questi terreni, l’affidamento al mercato delle possibilità di soddisfare bisogno sociali si è dimostrato inadeguato di fronte alla crescita delle disuguaglianze economiche, occupazionali e reddituali. Non a caso diventa sindaco di Berlino Elif Eralp del partito Die Linke avendo nel suo programma il tema della casa e della giustizia sociale. E sempre sulla questione della casa è andato in crisi il Governo Sanchez. La questione è di grande spessore, impone la ridefinizione del modello di welfare e delle risorse per sostenerlo. Infatti, non basta dire “più”, bisogna dire anche “come” e quindi con quale fisco si può realizzare la ricostruzione dello stato sociale, dato che con quello attuale si poò fare ben poco.

La seconda considerazione è che la visione unificante non è soltanto nazionale, ma europea. Quel martellante richiamo al NO alla guerra ha genesi nell’adesione alla dolorosa vicenda palestinese più che a quella tremenda dell’Ucraina. Questa differenza mette in evidenza un ritorno ad un ideologismo che sembrava finalmente superato. Slogan contro uno pseudo neo-colonialismo, antioccidentalismo, anti americanismo, fino qualche volta di troppo un tifo per Hamas e Iran hanno accompagnato troppo spesso gli slogan e le bandiere delle manifestazioni, in un cortocircuito che non lascia spazio a posizioni diverse spesso forzando istituzioni e università a seguire l’onda.  Un’onda che copre, non riconosce e non denuncia le crudeltà di Hamas verso chi non è d’accordo, verso le donne. Certo, chiedono meno spese per le armi e più per il welfare ma è riduttivo il porlo in termini economistici. Vogliono pace perché hanno visto troppa crudeltà nella guerra convenzionale di Israele contro la Palestina, tra l’altro invocando in modo blasfemo un Dio poco misericordioso e molto interessato alla proprietà terriera dal fiume al mare. In quella tra Russia e Ucraina, dove si sta sperimentando la guerra ibrida ipermoderna, il pathos è oggettivamente minore e la voglia di maggiore impegno diplomatico è più facile – anche se più complesso – da evocare. In ogni caso, è un messaggio dal respiro europeo che emerge dai cartelli scritti a mano, su scarti di scatole di cartone, che leggiamo nello scorrere dei cortei.

E’ un NO diverso da quello espresso da chi vuole “vivere in pace”, nelle comodità acquisite e che si rifiuta di considerare che il mondo sta cambiando, che gli egoismi si stanno moltiplicando e stanno sfasciando il diritto internazionale, le regole del commercio mondiale, la tutela della salute degli abitanti di questo pianeta e il suo equilibrio ecologico. Il destinatario finale di quel rifiuto è l’Europa. L’esperienza dell’Erasmus, fatta ormai da milioni di giovani, non è servita per imparare un comune linguaggio, per conoscere usi e costumi, per allenarsi al polilinguismo. Ha allargato i confini fino a considerare il multi etnismo non un accidente della storia ma una normale evoluzione delle relazioni umane, reso solo più difficile dalla resistenza a considerare l’integrazione più importante dell’accoglienza ob torto collo, dato che gli immigrati sono necessari alla economia europea.

 Anche su questo, gli adulti e le loro proiezioni politiche e statuali sono chiamati a prendere in considerazione l’europeismo giovanile, come base culturale da alimentare, sin dalla scuola dell’obbligo. Istituire un’ora alla settimana di educazione all’Europa in tutte le sue sfaccettature istituzionali, economiche, sociali, ambientali e relazionali potrebbe essere un modo meno rozzo di quello delle quote etniche per ciascuna classe.

Infine, c’è il grande messaggio della partecipazione. I social, più che i partiti o i sindacati, sono stati i canali di aggregazione. Altoparlanti di richiamo all’agire in prima persona, al di là delle appartenenze politiche, sociali, religiose. Un fatto inedito che ha visto il suo culmine nella vicenda serba, dove un movimento di studenti e insegnanti ha letteralmente liquefatto un regime, senza dilaniarsi nella scelta di un leader, ma riconoscendosi in un obiettivo di libertà e democrazia. Una enorme agorà nella quale tutti hanno fatto sintesi da protagonisti. Ovviamente, non può essere assunto come paradigma di un nuovo modo di fare politica. Ma indica che la volontà popolare, in questo caso proposta dai giovani, può esprimersi ben oltre i classici dettami della democrazia rappresentativa. 

Anche le recenti manifestazioni in Italia hanno avuto una buona dose di spontaneità e di autoorganizzazione, supportata dal tam tam dei social. Tutto ciò ha messo in seria difficoltà i responsabili dell’ordine pubblico e nello sbigottimento i partiti e i sindacati. Facendo apparire il tentativo di mettere il loro cappello in testa alle masse, un po’ goffo e strumentale. Melanchon in prima fila nel corteo parigino, sembrava più un intruso che un organizzatore. In Italia, questo tentativo di appropriarsi della rappresentanza è stato meno eclatante da parte dei progressisti. In altri tempi, il sindacato si mise alla testa delle proteste degli studenti con una strategia inclusiva e vincente perché unitaria. Se anche in questo momento si vuole replicare quello schema, la dichiarazione dello sciopero generale da parte della CGIL è apparsa alquanto ansiosa e precipitosa. Con l’aggravante di aver palesato di nuovo una divaricazione con CISL e UIL.

Valorizzare tanta voglia di partecipazione è la questione principale. Non la si può lasciare ai social. La devianza è dietro l’angolo. Lo si è visto a Milano, con la spinta al vandalismo raccolta dai minorenni, quelli della generazione Z, facendosi trascinare nel creare caos e assalto ai negozi. Si capirà, sperabilmente in breve tempo, se ci sia stata una regia occulta. La vicenda ha aperto il vaso di pandora dei rischi che si corrono nell’uso distorto della nuova tecnologia digitale. Da quelli educativi, che travalicano la capacità dei genitori e della scuola di indirizzare correttamente i minorenni. A quelli sociali nelle relazioni interpersonali, lavorative, commerciali, politiche. Proibirne l’uso, anche se limitatamente ai minori, è un palliativo, senza effetti concreti. Bisogna interrompere lo scambio perverso tra gestori delle piattaforme e i singoli utilizzatori, fondato sulla gratuità. I secondi possono scorrazzare liberamente senza limiti, i primi possono eterodirigerli a loro piacimento. Un iniziale ma decisivo passo dissuasivo è l’eliminazione dell’anonimato nell’uso dei social. L’identità degli utilizzatori deve essere sempre usufruibile dagli interlocutori. Il social è uno canale che può essere utile, come si è visto nelle manifestazioni. Ma anche nocivo e manipolante. Sindacati, partiti e istituzioni non possono lavarsene le mani. Prima trovano le soluzioni per superare questa anomalia, prima si ristabilizzerebbero gli equilibri tra il forte, le Bug Teck e il debole, l’utilizzatore finale.

Queste manifestazioni possono creare un’accelerazione del riassetto degli equilibri sociali e politici ormai sconquassati. La cosa peggiore che può succedere è che questi giovani vengano lasciati soli. Che gli adulti, i sindacati, i partiti, le istituzioni li lascino cuocere nel loro brodo. Sarebbe un costo troppo alto che l’intera società italiana ed europea pagherebbe, consapevolmente o inconsapevolmente.               

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